#Routine

Quando la sveglia alle sette scandisce il ritmo del risveglio ho poco margine per decidere come muovermi. In linea di massima sono scattante: bagno, caffè, qualche minuto per casa e cagnolina, di nuovo bagno, scarpe e fuori.

Chi lavora tutto il giorno e tutti i giorni in questo modo spesso ha un’agenda organizzata con la massima precisione, o dimenticherebbe i figli a scuola e cosa cucinare a cena. Bella vita la tua da single, sostengono i più. Che poi quando mi rispondono così mi viene spesso da obiettare che nessuno ha puntato loro un fucile alle tempie per seguire la loro, di strada diversa.

Ma torniamo alle mie mattine, quelle di relax, diciamo. Tipo i week end, libera dall’esodo fuori città. Io che divento pazza se non concludo niente, ho dovuto mettere nero su bianco (sul giallo dei post-it in realtà) le attività delle 15/16 ore disponibili. Riderete. Non hai nulla da fare, dormi. Non riesco. No davvero, vorrei, non riesco. Così come non riesco a guardare la tivù la mattina. Ho interiorizzato che è una perdita di tempo, al massimo seguo un video se faccio step.

L’ordine delle cose da fare mi risulta essere da sostegno, e mi permette di orientarmi. Ho usato la stessa strategia anche durante il lock down, o avrei parlato col tavolo, oltre che con il cane ed il lievito madre.

Pianificando una serie di impegni anche durante il tempo libero, elimino la necessità di pianificare ogni volta, risparmiando ansia e stress. Mi sento più sicura e do una struttura sensata alla mia giornata. Tranne rari casi di pigrizia autorizzata da maratona pigiama, mi obbligo a vestirmi come se stessi per uscire e a fare. Mi appunto anche il pulire, spesa, passeggiata. Metto nel planning anche un tempo per scrivere, venti minuti di meditazione, attività fisica ogni tanto. Il tempo che rimane lo dedico alla lettura o ad un buon film. Rispettando una scansione prestabilita sono costretta a stabilire delle priorità e decidere cosa voglio fare del mio tempo e mi aiuta, anche inconsciamente, a rilassarmi.

Domenica 10 ottobre

Casa, ore 16

Sole. Sola.

Primo weekend milanese in cui mi ritrovo a dovermi reinventare una routine, dopo mesi. E mi ritrovo tra le pieghe di questo pomeriggio pigro a domandarmi se è un problema. Io che ho sempre scelto di stare per conto mio piuttosto che accontentarmi, io che ho lasciato e mi sono fatta male per ritrovarmi. E quest’inverno col suo freddo e la sua nebbia fanno paura solo in parte. So stare. Con una differenza. Rispetto a qualche anno fa ho la consapevolezza che con me stessa sono una ricchezza. Che mi so reinventare. Che è stato giusto così. Che se impasto la pizza solo per me e bevo una birretta al bancone della cucina mentre la cagnolina russa sul divano, so essere felice. Che se un sabato sera mi guardo un film e piango, non è una tragedia. Che probabilmente il giorno dopo, a quella cena già programmata, sarò allegra come sempre. Che la domenica mattina svegliarmi e fare quello che mi va, mi rappresenta da anni e non sono triste, sono serena. Che le amiche, un’uscita inattesa, un complimento sincero, conoscere gente che ti stimola, arricchiscono tanti pomeriggi. Che poi non si può mai sapere, che sei capace di ribaltare tutto se lo vuoi, che puoi fare una passeggiata in centro, prendere la macchina e andare al mare, a trovare quel tuo vecchio amico a Firenze, a cucinare dalla collega. Che leggere un pomeriggio intero sul divano con la musica di sottofondo paga lo stress dell’intera settimana. Che un aperitivo all’ultimo minuto, una telefonata inaspettata e la tisana alla cannella scaldano il cuore. Che mangiare quando vuoi, metterti i tacchi sopra le calze antiscivolo, le risate e un pò di malinconia, andare al corso il martedì sera quando vorresti solo sdraiarti, la passeggiata tra i lampioni accesi e le vie silenti, la buonanotte al vicino che rientra come te col cane, sono quello che sei. Da tantissimo, e forse sei proprio tu.

Paraponziponzipa’

Nel continente nero anche qui. Dal divano di casa mia. Piove, chi balla? Soprattutto chi balla l’Alligalli in tempi di pandemia, con la pioggia, a Milano. Che mi sembra di essere con l’orchestra al lago, da cui sono fuggita stamane perché rischiavo il rientro in canoa.

Faccio una passeggiata. animata da tanto entusiasmo, dalla quiete dopo la tempesta e dalla cagnolina che mi guarda scodinzolando. Scendo così come sono, shorts, maglietta ‘da tanto sto in casa’, sneakers rosse, capelli raccolti in qualche modo. Quando io mi muovo sono un disastro. Perché voglio fare un viaggio solo, e fare tutto in quello spostamento. Chiavi, sacchetti popò, guinzaglio, collare ‘vieni qui che te lo metto’ e non si capisce mai perché prima scodinzoli per uscire e poi appena sono sulla soglia, pronta, torna dentro e va a saltare sul divano. ‘Qui, è di qui che dobbiamo andare’. Leva le scarpe che io in casa solo scalza, appoggia l’umido sulle scale, e il vetro idem (che nel frattempo avevo preso anche quelli) e torna dentro a recuperare il cane.

Infila il collare, abbaiata felice (l’alligalli ha smesso), riprendi l’immondizia, le chiavi, il telefono con la musica che almeno cammino per un’oretta e non me ne accorgo. Due passi in cortile, un freddo cane (appunto), butta i sacchetti e risali a prendere una pashmina, pesante. Quindi ci siamo, Sciarpa rosa pallido con i pantaloncini corti di jeans, scarpe rosse. fa niente, chi mi vede. In fondo alla strada, circolo sportivo, un pullman di.. boh atleti e famiglie, forse un battesimo, un compleanno, comunque almeno cinquanta persone e balli di gruppo.

Io devo passare da lì, in mezzo, agghindata che sembro la colf, e naturalmente tutti mi vedono. Comunque. l’atmosfera è carina, il cielo è diventato blu con le nuvole in cornice, l’aria frizzantina, e si fa buio. La musica non stona mai, dovunque la suoni, ma qui è strana, in quest’angolo di quartiere che conosco a memoria, e che percorso la sera, con nessuno in giro, sembra solo mio. Queste canzoni da balera mi riportano a ricordi lontani, dei miei, di estati passate, e stasera sono piena di malinconia. Si sono accesi i lampioni e non sono preparata a questa domenica che cambia luci, suoni e colori in maniera inavvertitamente inattesa.

Rivaluto la Romagna

Dopo una settimana a Cervia! Che mi è rimasta nel cuore, come sempre accade, per i piacevoli momenti che l’accompagnano.

Avevo bisogno di essere comoda (che poi mica stavamo al Grand Hotel..) arrivare in spiaggia e avere ombrellone lettino bar doccia nel raggio di venti metri.

E la Romagna è accogliente, sorridente e turisticamente preparata. I baristi ti sorridono i negozianti sono allegri la piadina è buona. E c’è il sole. La spiaggia è immensa. E la sabbia fina. Come la maglietta di Baglioni. E dopo anni di rocce, ghiaia, la baia valla a cercare, vacanze impegnative, la sabbia sotto i piedi e il tutto servito è tanta roba.

Una settimana spensierata in una cittadina dove la bicicletta fa da padrona, tutti si muovono scivolando su due ruote, dress code. Lo trovo meraviglioso, estivo, pratico. A Cervia il traffico lo fanno le biciclette. La sera fai fatica a parcheggiare. Le due ruote. Per una settimana abbiamo sfrecciato in fila indiana, sentendoci una classe in gita di fine anno.

Cosa mi porto a casa? Il cielo azzurro, gli ombrelloni colorati, le risate, i lettini che ora di sera incastravamo tutti insieme, le bottiglie d’acqua che finivamo a ritmo inverosimile e che ci siamo rubati dalla borsa frigo. Il salvagente a fenicottero, gli spaghetti con le vongole, la piadina a mezzanotte.

Cervia è pulita, organizzata, alberata. Il canale è un tripudio di bar e ristorantini, la sera illuminato e festoso ti fa dimenticare chi sei. A Cervia la gente è mediamente adulta. La vicina Milano Marittima punta invece su una movida poco più che adolescente. Dopo una cena fighissima siamo scappati a gambe levate. Direi a ruote levate!

Si trova da mangiare a prezzi calmierati in ogni dove (spaghetti con il pesce intorno ai 14€, fritto meno di 18). I cani sono ben accetti quasi dappertutto, sotto il lettino non danno fastidio. Noi a loro, forse sì.

Ho ritrovato un gruppo nel gruppo che mi era mancato, sentirsi come fratelli, le cene sotto il portico, le file di candele sulla spiaggia, i fuochi e le stelle cadenti.

Ho giocato a beach volley in spiaggia buttandomi a terra e schiacciando, ho bevuto birra gelata, chiacchierato al buio di notte con gli amici di una vita, ho fatto passeggiate sul bagnasciuga sentendomi in un film di Vanzina insieme ad altre mille persone che spingevano materassini pedalò e bambini in acqua. Ho detto anche io peccato per il mare che però dai il problema è che il fondo è marrone, non è sporca.. infilandomi nel luogo comune dei luoghi comuni della riviera.

LAGO

Quante volte in questi anni ho guardato tra i riflessi di questo orizzonte che si perde nella sponda contrapposta.

Tra le foglie di questo vecchissimo salice che respira e a volte piange, ho cercato risposte anche oggi, Illuminata dal tramonto finalmente limpido.

I ricordi si susseguono e mi rivedo arrampicata sui sassi, a cavalcioni del materassino tra gli spruzzi e i tanti amici, a pagaiare nel silenzio della sera quando anche le barche si mettono in rada e tutto è solo fruscio.

Con mamma ci attardavamo ognuna persa nelle sue letture, stagioni beate in cui stavamo in spiaggia finché il sole abbracciava il Sacro Monte e arrivava l’aria che sempre la sera soffia sul lago.

E quanti sogni, quante speranze si sono dondolate come questi rami delicati che scendono come ornamenti a toccare il prato, sorprese da mille episodi che non avrei mai previsto arrivare, a volte, come ghigliottine sui miei tanti farò.

Ti ho visto ogni anno con occhi diversi, perché ogni volta sono diversa io, con un nuovo presente, con i piedi piantati in queste radici, con la voglia di correre rincorsa dal mio cane che sembro una bambina padrona del mondo

D come disaster..

Sono un disastro. Del tipo che rompo le cose. Cioè mi cadono, e cadono di sfiga, mica il vaso di cristallo va a terra diretto, sia mai… rimbalza sulla mensola sotto e si frantuma prima di arrivare a tappeto. Raccoglieteli voi i pezzetti sull’HÖJERUP peloso dell’IKEA. Neanche li potete sbattere in strada per dire, perché sono vetri..

Da piccola mia mamma mi diceva che non potevo avere più croste di mio fratello sulle ginocchia.

Almeno una volta la settimana, in inverno, mi si incastra la cintura della vestaglia nella maniglia del bagno, mi ammanetto da sola con i ciondoli dei braccialetti ai maglioni di lana e ci metto un attimo buono per sganciarmi. In estate lego la bici al palo, non metto il cavalletto (la rugginosa non ne è provvista) perché appunto è appoggiata al cartello e la ritrovo sdraiata.

Sono intasata di pensieri, faccio una cosa e ne sto già facendo altre dieci (il mio maestro mindfulness è in Grecia, non mi legge per fortuna). Riesco ad essere maniaca dell’ordine e precisa, ma sono pasticciona. Una creativa non compresa, ma così risolvo alcune faccende su cui altri cavillano.

Asciugo le zampe del cane col phon, uso lo stesso puntato sulle spalle quando ho un attacco di cervicale (il phon non il cane), uso le forcine per tenere insieme il cestino della bicicletta e con i barattoli di latta dei ceci invento vasi di fiori che appendo in giardino al lago. Odio fare la spesa col carrello così le due robe che dovevo prendere si moltiplicano e le infilo nei sacchetti della frutta che alla corsia successiva hanno già la busta di prosciutto che esce dall’angolo e arrivo tutte le volte in cassa con le braccia piene di offerte e spingendo l’acqua con i piedi. Le password non ce la faccio e invano la mia collega mi invita ad usare un quadernetto ‘Come faccio io’ lei dice, ma niente. Me la ricordo sicuro, questa.

Poi non so più se il nome del mio ex l’avevo usato prima o dopo l’anno di nascita. Google mi viene incontro, ma a volte me le risputa come errate.

Le ricette non mi vengono mai perché faccio a muzzo, ripongo quella cosa in quel posto così di sicuro la trovo, esco in pigiama a buttare l’immondizia perché tanto non incontro nessuno e mi ferma il figlio dei signori del secondo piano, e inutile dirvi com’è..