Venerdì pomeriggio, cattedra

MAESTRAMARTINA

mentre li osservo, con la matita in mano, la mascherina fin sugli occhi e lo sguardo attento. Li adoro. Come ogni anno è in terza che la classe diventa un’entità magica. Sono già pronti alla battuta, ne capiscono il senso, sanno chi sei e come lavori, sono impostati sul tuo stile, diventano, sembra assurdo ma è così, colleghi. Tu non lavori più con degli alunni, ma con una squadra. E questo accade dopo un paio d’anni di convivenza. In prima siamo stati falciati dalla dad, adesso cominciamo a sviluppare una sorta di coscienza collettiva, una sorta di tutti per uno. A me succede sempre. Ogni volta verso questa fase del ciclo scolastico, che poi l’ultimo anno mi fa piangere di nostalgia e rimpiangere ognuno dei ragazzi che lascio. Perché in quinta ognuno di loro è tuo. Io li difendo e loro collaborano. Io rido e loro sorridono. Io faccio disastri…

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Ho già detto che la mia classe

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MAESTRAMARTINA

è la mia classe. Accusatemi di gelosia, di possessività, accetto le critiche. Ma vi rispondo. Negli anni si sono avvicendate accanto a me colleghe di ogni sorta. Brave o meno esperte. Volenterose o lavative. Disponibili o immediatamente pronte a tornarsene da dove erano venute (in malattia ovviamente, ergo pagate) lasciando me in balia degli eventi, sguarnita, a fare i salti mortali per non lasciare indietro il programma. I bambini mi hanno sempre supportata. Una magia, con loro. Perché anche a sette anni hanno capito tutto, questi piccoli ometti, E se snasano che c’è una difficoltà e che tu remi con loro, hai già vinto. Questo per dire che quando mi si affianca la docente che ha voglia di collaborare io ci lavoro, ci diamo le pacche sulle spalle e persino i gimme five, non nasco ostile. Diverso è quando arriva lo scansafatiche. Quello che non è il suo mestiere…

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A Milano è padel mania

ma anche beach, quasi che l’estate non la si lasci alla spiaggia. Ed è così che in questo clima autunnale ancora mite e soleggiato mi ritrovo a racchettare con persone mai viste e a prendere schiacciate sotto rete, che neanche a quindici anni.

Il padel è la moda sportiva del momento. Impianti che per anni si sono spartiti tornei di calcetto adesso riconvertono spazi verdi e campi in padel, con prenotazioni già full per tutta la stagione. Ciò che lo rende vincente è la facilità di approccio, che le squadre siano miste e di ogni età, che sia divertente e quindi sia un ottimo aggregatore e che faccia sudare come dei dannati. Un’ora e mezza e puoi andare a dormire, sebbene il post partita preveda quasi sempre sempre una sorta di terzo tempo.

Io non ci azzecco molto, sono più le palline che mando fuori di quelle che segnano, quindi con umiltà lascio spazio agli altri cimentandomi con il beach, indoor. A volte cementandomi è il termine appropriato. La meraviglia è che giochi scalzo in campi al chiuso e riscaldati, ma hai i piedi nella sabbia e questa sensazione mentre fuori ci sono autobus e palazzi, è tanta roba. A pallavolo non ero malaccio, vent’anni fa. Allenamenti seri, tornei, campionati non agonistici. Adesso tendo a imbalsamarmi nei centimetri farinosi (ma quanti sono! Si sprofonda) nel senso che se i giocatori sono molto bravi, e ciò significa che si corre e si salta a go-go, dopo che sono atterrata sotto rete non ho più la forza di volare a coprire mezzo campo in quella frazione di secondo che richiede la situazione. Però mi diverto, e una volta ogni tanto, stacco con la testa e riesco anche a tornare adolescente!

Milano – Valtellina

in meno di due ore, con un cielo di ottobre che sembrava dipinto e i colori dell’autunno a fare da sfondo.

Partenza da Milano con comodo, la strada è la Monza Lecco che prosegue per Sondrio, passate Morbegno, Ardenno e siete già sulla provinciale tra centri commerciali e cassette di mele, colline di vigneti, pendii rossi e arancioni, bresaola e pizzoccheri ad ogni angolo. Se non trovate traffico (la strada è una sola) in un soffio siete in collina, tra vecchi borghi sconosciuti, case in pietra, viuzze di ciottoli, ville immerse nel verde, boschetti e ruscelli. Abbiamo pranzato a Teglio, ma cibo e prezzi sono buoni ovunque, le cuoche sono donnoni col grembiule, un po’ asciutte ma pratiche che non lesinano bis e torta di mele. Abbiamo passeggiato nei dintorni, raccolto le mele con autorizzazione del contadino, bevuto dalle fontane di cent’anni fa, chiacchierato con la vecchina che prendeva il sole dietro alla sua vigna, giocato col gatto e con le prime luci accese eravamo di nuovo in città.

prime interrogazioni

MAESTRAMARTINA

alle elementari, ansia della mamma, terrore nei bambini… Per noi, che siamo in terza, è una novità raccontare quello che abbiamo imparato, con le parole giuste. Stamattina qualcuno ha ripetuto la lezione di fronte a tutti, un po’ a memoria, un po’ in qualche modo.. Ho incoraggiato anche chi non aveva per niente studiato. Sono le prime occasioni e chi non ci si è dedicato è perché non ha nessuno che lo segue, a casa, e da solo non capisce l’importanza di fare un lavoro che ‘non si vede’ come una pagina invece scritta e compilata.

Studiare è difficile. Studiare è una noia, in molti casi. Studiare è leggere almeno dieci volte il paragrafo e ripeterlo allo sfinimento. Attenzione, genitori, non cadete nel tranello del ‘ma appena letta la sapeva ripetere’ perché la prova del nove l’avrete dopo un paio d’ore, il vuoto cosmico. Immaginate il giorno dopo, davanti ai…

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Non sono una da serie tv

Non sono una da serie TV (lockdown a parte che mi ha tenuta incollata a stagioni discutibili) perché di solito mi annoio subito, quindi preferisco passare la serata davanti a un buon film che si conclude nel giro di due ore. Sono anche piuttosto refrattaria verso queste catene di episodi che appassionano tutti, e molto meno me, che spesso trascorro serate a shiftare da un titolo all’altro per poi spegnere insoddisfatta e mettermi a leggere.

In ogni caso qualcuna ha attraversato la cortina della mia indifferenza e ne posso contare sulle dita della mano qualcuna che mi ha rapita fino a notte fonda. Tralasciando i vintage-cult come ‘Lost’ e ‘Breaking bad’, mi sono commossa, arrabbiata e inquietata per la Casa di carta, non ho dormito finché non ho finito ‘Le regole del delitto perfetto’ e mi sono divorata Scandal (su prime, ambientato nella White house) mentre facevo step nei mesi di chiusura; ho stroncato dopo pochi minuti le varie americanate collegiali, e mi sono fatta coinvolgere dolcemente in qualche saga inaspettata di poche puntate. Calcolate che sono cresciuta con Supercar e ‘Saranno famosi’, mi sono innamorata con ‘Friends’, ho spettegolato serate intere di fronte a ‘Sex and the city’ e sono morta dal ridere con Will e Grace.

Ma torniamo a noi. Per fare questa riflessione.

Alcune miniserie raccontano di famiglie che attraversano l’inferno. Di ogni. Lasci la puntata e pensi che non ci sia speranza. Tradimenti, congiure, ostacoli, lavori saltati, pugnalate (vere o simboliche), tragedie, traslochi, sogni infranti. Eppure vanno avanti. Risorgono. Nel giro di sei sette ore quello che sembrava insuperabile si affronta, l’impensabile perde importanza perché succede altro, di lavoro se ne trova uno nuovo, il traguardo si sposta, l’amicizia si recupera.

Ovviamente di finzione si tratta, ma penso a quanti problemi all’inizio sembrano insormontabili e poi si risolvono, a volte da soli. Quanti atteggiamenti mi feriscono e dopo qualche settimana passano nel dimenticatoio. Una discussione con il collega, una porta in faccia, un desiderio che sembra tanto lontano che poi trova altre forme e altre vie per essere realizzato. Non tutto quello che sembra destinato ad essere un fallimento poi lo diventa davvero, siamo solo noi ad investirlo di mille significati negativi e catastrofici. Quelli che sembrano guai in arrivo poi grazie al cielo non sempre si verificano, o comunque cambiano di aspetto e a volte diventano persino trascurabili. Il licenziamento ti porta su nuove vie. Ritrovarti sola ti mette in campo con risorse che nemmeno sapevi di possedere. Ti butti in qualcosa che non sai come andrà a finire, e scopri che era la tua strada. Piove per tre giorni e poi improvvisamente ti svegli ed è sereno.

mercoledì sera, casa

..dopo giorni, e soprattutto sere, nelle quali non mi sono mai fermata. Sono uscita praticamente sempre, ora qualcuno dirà che non amo la solitudine e fuggo da essa. Niente di più errato, ci ho riflettuto, tranquilli. Io amo anche copertina, tisana, cagnolina spalmata addosso, pc sulla gambe, tele di sottofondo. Immagine da befana, ma tant’é.. Mi sono pure cucinata la vellutata di zucca, così completo il quadretto. Comunque le mie serate milanesi si sono avvicendate tra cene, amici ritrovati (che bello), amiche nuove e chiacchiere interessanti (bellissimo), un paio di partite di beach volley (come non sentire il peso degli anni) e poi le sere della settimana sono finite.. Finché il tempo è bello, liberi da restrizioni, con la voglia di vedersi, praticamente ho messo giù un planning che nemmeno al lavoro.. Stamattina mi sono svegliata già carica. In piedi con la prima sveglia, avevo già almeno cinque cose in testa senza neanche avere acceso la Nespresso. E la giornata è andata alla grande! Tutto si è meravigliosamente incastrato e avviato, pum pum pum, una cosa dopo l’altra. Ho lavorato senza sosta, ho avviato il progetto al lago sollecitando (finalmente con risultati insperati) un paio di persone, ho risolto altre piccole faccende, ho messo nel carrello un piccolo regalo per me, ho finito alle sette di cercare un’attività da fare in classe domani con le foglie, ho buttato lì l’idea di un appuntamento sportivo settimanale di gruppo e ci sto fantasticando sopra e adesso ho ancora un’oretta buona per rilassarmi. Ah, ho voluto guardare adesso l’oroscopo, di oggi, perché mi era sembrata troppo una giornata perfetta. Fox accenna solo al nervosismo e ad un periodo complesso. Immagino sia uguale per tutti.

#mamme imbruttite

MAESTRAMARTINA

che di brutto hanno naturalmente solo la mania di perfezione, perché sono tutt’altro che brutte, foss’anche solo perché sono mamme.

Comunque Teo alla fine a scuola ci va. E a parte qualche screzio con la maestra, che a volte è antipatica, gli piace pure. Stanno facendo le vocali e per domani ha già ‘un sacco di compiti’ a detta sua, e della madre, che guardando le due paginette di stampato ha pensato di sbrigarsela tra un caffè e una lavatrice, ma dopo le due ore con pausa merenda in mezzo, si è rassegnata che in effetti erano tanti. Trova un parola che cominci con la A e suo fratello di tre anni dalla sala gli suggerisce I-phone. Miracoli tecnologici, bambini 3.0. Non fa una piega.

La mamma mi chiama. Non sono in grado, e sono le prime sillabe che scrive Teo.

Si tratta di trovare una routine, un tempo-compiti che…

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..e io paziento, serena (quasi)

La pazienza non è il mio forte, ma ci provo. Mi metto in attesa, sposto la data sul calendario in avanti. Sono tenace e determinata, mi adopero per arrivare alla meta. E di solito ci riesco. Mi sono dovuta piegare, sotto il peso delle perdite, per raccogliere pezzettini di me, per chiedere scusa, per toccare terra e rialzarmi.

Ci provo. A vedere positivo. Molte cose non vanno mai come dovrebbero. Ma tu sorridi, come va? Tutto bene. E procedi un passo dopo l’altro e speri che domani vada meglio, perché lo sai che basta poco per farti tornare alle stelle. Che sai reinventarti, che puoi andare a fare una corsa, puoi urlare quella canzone davanti allo specchio. Che un film ti fa piangere, ma ti fa sentire parte del mondo, che un libro ha le risposte, che nel sogno puoi vedere i tuoi, che se un pomeriggio è uggioso puoi fare una torta, che se ti butti sul divano ti salta addosso la cagnolina. E lo sai che una serata con gli amici ti dura una settimana, che il lavoro ti piace anche quando discuti, che la mattina hai spesso il sole sul letto, che una cena fuori ti mette di buon umore, che la pizza è buona anche se fa ingrassare, che quella cortesia ha già spostato l’asticella in su, che la ruota gira e vedrai che tutto poi ingrana.